La serie: Nella mia foresta – Ceramiche frantumate

Ceramica frantumata (CF-023) 2013 cm 227×162



Questi lavori sono stati realizzati utilizzando le forme in terra cotta che sono servite come modello per i fogli di bronzo. Per questi ultimi, infatti, in luogo di produrre, come consuetudine, un modello in plastilina ovvero una forma direttamente di cera, ho preferito che venisse utilizzata l’argilla, una materia viva che ha consentito una modellazione di effetto immediato scevra, almeno così ho cercato di operare,

da inutili virtuosismi. Con questi lavori, peraltro, è stato preservato un passaggio, quello della modellazione, che altrimenti viene perso nel processo produttivo e causa, almeno per quanto mi riguarda, una sensazione di ”mancanza” alla quale ho ovviato attraverso l’utilizzo ”nobile” del modello stesso che ha assunto, appunto, le caratteristiche di un lavoro a sé.





Ceramica frantumata (CF-020) 2012 cm 142×108



La fase della modellazione, propedeutica alla realizzazione dell’intero progetto, è quella che, come intuibile, ha presentato le dinamiche più complesse. Anzitutto, era necessario prevedere gli effetti della trasformazione della visione del progetto in un lavoro concreto. Si è partiti da un assemblage

di incisioni per addivenire ad un ”disegno voluminoso” su di un foglio di bronzo: da un segno si doveva pervenire ad una forma attraverso una sorta di insufflazione estetica il cui esito finale era di difficile previsione. La performance, dunque, si è risolta tutta nel controllo dell’operazione a cui ha

contribuito l’intuito più che la ragione. E il lavoro finito, come in tutti gli altri casi, è stato sorprendentemente corrispondente alla visione preventiva (preveggente, posso dirlo?) che ne avevo.





L’uso della smaltatura ceramica del modello, quindi, è stato il naturale epilogo di questo lavoro e ne ha, appunto, cristallizzato (e poteva essere altrimenti con questo materiale) i contenuti formali. Anche qui il monocromatismo (con rare eccezioni) è stata una strada consapevolmente inevitabile per le stesse ragioni che l’hanno imposta come scelta estetica nei fogli di bronzo. Tuttavia, la semplice smaltatura della terra, così come era originariamente modellata, non risultava esteticamente appagante e perciò ero alla ricerca di una soluzione che fosse coerente con le altre parti del progetto.

Così è accaduto che lo scarto percettivo, ricercato in tutti i lavori di questo progetto, lo si è recuperato attraverso l’operazione di frantumazione dell’opera in terra cotta. Peraltro, la visione dell’opera così come ora la vediamo, è stata in parte il frutto del caso (ma non è spesso così?) che ha indirizzato la scelta definitiva. Pur senza scendere nell’aneddotica (dalla quale credo si debba sempre rifuggire) vale la pena ricordare come la scelta di proporre un’opera frantumata sia giunta dopo un incidente, avvenuto nel corso del trasporto di una terra cotta, che aveva provocato la sua rottura in più pezzi.



Un mare di nero – Ceramica frantumata (CF-034) 2013 cm 298×197





L’ansia di preservare comunque quell’opera ha favorito la riflessione sulla veste finale di questi lavori che nella loro frantumazione hanno trovato, io credo, la loro primaria ragione di essere. Ciò è tanto vero che molte delle altre opere ceramiche di grande misura sono state da me stesso sgretolate, con l’unico o quantomeno con il principale intervento personale e diretto da me apportato a questo lavoro: forti e calibrate martellate (e lo dico con un po’ di compiaciuta ironia) alla ricerca dell’equilibrio tra i vuoti e la forma così definitiva di questi lavori. Al di là dell’intervento diretto dell’autore, ciò che interessa maggiormente rilevare è che anche in questa occasione gli spazi creati tra una parte e l’altra delle opere hanno avuto la medesima funzione delle aperture e dei ri-tagli operati sui fogli di metallo, vale a dire quella di destabilizzare l’altrimenti pacifico e indifferente sguardo dell’opera finita. L’inevitabile ed automatica necessità di ricomporre l’immagine così come risulta dalla sua frammentazione, richiede un quid pluris di attività nello spettatore che, essendo distolto da una altrimenti indisturbata percezione dell’opera, in realtà riesce così ad avere una visione più meditata e consapevole del lavoro d’arte.

Milano 18 Marzo 2013