La serie: Nella mia foresta – Paesaggi al buio

Paesaggio al buio (PB-021) 2013, c print, cm 39×29





Credo che questi siano tra i lavori più evocativi dell’intero progetto. Confrontandoli con i grandi fogli di bronzo o con le grandi ceramiche frantumate, ma più in generale ponendoli in relazione con tutti gli altri lavori del progetto, non si potrà non cogliere in queste opere il diverso approccio al tema conduttore. Si tratta di un lavoro che per gli esiti estetici così come ottenuti (dimensioni inusuali e mezzi espressivi inconsueti) potrebbe risultare meno eclatante di altri. Tuttavia, non era il clamore che ricercavo per il loro tramite, quanto piuttosto l’intima ragione (o almeno una delle ragioni)

che hanno dato luogo all’intero percorso espressivo. Tutto, almeno apparentemente, è avvenuto nel corso di una sola serata estiva in un parco cittadino nell’attesa dell’inizio di uno spettacolo all’aperto. Il crepuscolo offriva un buio, per così dire, percettibile: un’oscurità visibile che attendeva solo di essere catturata. Era un set naturale che consentiva l’apprensione di un’immagine quasi totalmente annientata dal nero. È dunque con l’intenzione di cristallizzare il quasi-nulla che in pochi minuti ho esaurito la fase creativo di tutto questo lavoro.





Il mezzo tecnico utilizzato, seppur in sé raffinato, potrebbe considerarsi inadeguato per affrontare problemi fotografici complessi e resi ancor più ardui dalla volontà di non affidarsi a strumentazione di supporto (luci ed altro) per la fotografia notturna. Volutamente si è cercato di annullare in qualche misura il benchè minimo ausilio

(anche la funzione flash è stata cancellata) e ci si è affidati sic et simpliciter alla macchina allo stesso modo in cui ci si affiderebbe ad una lastra su cui si volesse imprimere un’immagine. Ho cercato di usare la camera del cellulare come una fotocopiatrice: una copiatrice di immagini capace di rendere solo e

semplicemente ciò che l’occhio cattura, demandando ad una funzione superiore l’apprensione dei contenuti. Allo stesso modo in cui l’organo della vista si appropria di un accadimentoe lo trasmette per la sua elaborazione, così la camera è stata utilizzata per la cattura di un’immagine per restituirla purificata alla nostra visione.



Paesaggio al buio (PB-034) 2013, c print, cm 39×29



Paesaggio al buio (PB-022) 2013, c print, cm 39×29



Un paesaggio, il paesaggio, non contiene in sè alcuna proprietà particolare. Può essere orrifico, meraviglioso, romantico, aspro o più semplicemente può non essere. La sua valenza dipende tutta ed unicamente da chi e dal modo in cui lo si guarda, non contenendo in sé alcun valore assoluto. E, dunque, allo stesso modo in cui l’occhio ci fornisce unicamente una immagine cui noi, attraverso una elaborazione superiore, attribuiamo un qualche valore, così la camera è stata da me utilizzata come strumento di mera apprensione di un’immagine che attraverso la successiva stampa viene restituita alla nostra intima elaborazione.

È ovvio che la scelta del momento e dell’inquadratura, in qualche misura, indirizzano ed influenzano la visione (è pur questo il nostro compito) ma è altrettanto vero che la percezione definitiva ed unica è tutta del soggetto che si pone di fronte all’opera. Si tratta di lavori fatti, mi piace dire, di poco, di molto poco, quasi di nulla. Ed anche la successiva fase di stampa ha contribuito in qualche misura a contenere quel poco che la camera aveva catturato: l’uso di una carta che per le sue peculiarità assorbe parte del colore gettato dalla stampante ha fatto in modo che l’esito finale risultasse ancor più’ evanescente.





In questi lavori non c’è luce, il colore è quasi del tutto annullato dal buio, il nero (e le sue varie componenti coloristiche) domina spesso la scena, gli effetti fotografici sono inesistenti, la prospettiva del paesaggio è azzerata, anche lo stesso soggetto utilizzato non è particolarmente “pittoresco”, eppure la capacita’ evocativa del lavoro rimane del tutto, così almeno mi sembra, inalterata. La visione dell’opera in questo caso richiede, in chi ovviamente si predisponga in tal senso, una volontà partecipativa. Ci si pone di fronte al piccolo lavoro e si va alla ricerca di quello che non si vede, di quello che non c’è, di quello che vorremmo ci fosse. Questa mancanza, questa non sufficienza dell’immagine, in realtà ci restituisce in toto il ruolo proprio (o almeno uno di essi se non il principale) di un lavoro d’arte. Si accentua in questo modo la capacità di indurre riflessione e partecipazione visiva così consentendo di ri-creare nello spettatore un’ansia contemplativa che probabilmente più che una conseguenza del vedere un’opera d’arte è una impellente necessità che, penso, preceda lo stesso fare arte e talvolta ne prescinde.

Milano 16 Maggio 2013



Paesaggio al buio (PB-001) 2013, c print, cm 39×29